La fine di un’era

di Roberto Messa

(editoriale TCS gennaio-febbraio 2026)

TCS-0126Dopo una gloriosa serie iniziata nel 1921, per il Campionato Italiano Assoluto sembra essersi conclusa l’era del torneo a girone con dodici o quattordici finalisti che ha caratterizzato quasi tutte le 84 edizioni, inclusa quella che si è conclusa a Spilimbergo l’8 dicembre. Su pressione dei giocatori di vertice, che lo considerano particolarmente faticoso, psicologicamente impegnativo e poco remunerativo (nonostante il montepremi di tutto rispetto), la Federazione ha deciso che dal 2026 il campionato diventerà una gara a eliminazione diretta, sul modello della Coppa del mondo e di altre competizioni della Fide. Ogni match sarà disputato su due partite a tempo classico e in caso di parità seguirà una terza giornata dedicata agli spareggi, con due rapid, due blitz e infine un Armageddon, del tipo preferito dalla Fide, dove il Nero, che passa il turno anche con la patta, viene assegnato al giocatore disposto a giocare con meno tempo. Il numero degli invitati salirà a 16, con accoppiamenti che negli ottavi di finale vedranno di fronte la prima testa di serie (in base all’Elo) col n. 16 del tabellone, il n. 2 col n. 15 e così via. I primi otto eliminati torneranno a casa dopo solo due o tre giornate di campionato, mentre gli altri proseguiranno con i quarti, le semifinali e le finali.
A supporto di questa rivoluzione, come per quella dei tempi sempre più rapidi anche nei tornei cosiddetti classici, si porta il consueto argomento della necessità di rendere gli scacchi più spettacolari, popolari e accessibili, un tema da non sottovalutare quando assistiamo alla corposa e continua crescita degli appassionati che giocano a scacchi in Italia in ambiti informali.
Tuttavia mi sembra un altro segno di come molti grandi maestri, Magnus Carlsen in primis, dopo anni di intensa carriera agonistica, centinaia di trasferte lunghe e faticose, migliaia di giornate di studio e allenamento, perdano la voglia di giocare se non quando vincono o quando restano in corsa per la vittoria di un titolo o di un premio sufficientemente remunerativo. Anche in altri campi è consolidata la teoria secondo cui la nostra psiche percepisce molto di più il dolore di una sconfitta (o di una perdita economica) che il piacere di una vittoria (ovvero di un guadagno), ma negli scacchi questo conduce al paradosso per cui chi in gioventù ha fatto sacrifici personali enormi coltivando il sogno di poter fare il giocatore di scacchi per tutta la vita, intorno ai trent’anni preferisce giocare il meno possibile e convertirsi in trainer o dedicarsi ad altre attività collaterali.
Non sarò certo io a scagliare la prima pietra, dato che è una fase che ho attraversato circa quarant’anni fa e che mi ha felicemente permesso di passare dal professionismo “giocato” al “vivere di scacchi” per altre vie.
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